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Un baule carico carico di… parole!

Un baule carico carico di… parole!
Aprile 2016 silvina

Le parole sono come grimaldelli.

Spalancano, spesso furtivamente, il nostro mondo interiore rivelandolo a noi stessi e agli altri. Come ladri, entrano mascherate nel mondo interiore di chi ci ascolta (o ci legge) forzandone il baule emotivo. Quando comunichiamo lanciamo piccole bombe a mano che non sappiamo, a priori, cosa scateneranno e quali dirompenti emozioni innescheranno.

Se avete voglia di intraprendere un viaggio nelle parole, un viaggio insolito e ricco di piacevoli sorprese, vi consiglio due libri un po’ fuori dall’ordinario.

Copertina La malle à ma tante, di S. Salzmann

Il primo si intitola La malle à ma tante (Edilivre), e potrà allietare i pomeriggi e le serate solo degli amici francofoni, dato che è scritto in francese e non (ancora?) tradotto. E ora scoprirete perché. L’autrice (e traduttrice), Sylvie Salzmann, vive da anni in Italia ma ha voluto regalarci le sue piccole grandi invenzioni deliranti (il sottotitolo del libro è proprio Petites grandes inventions délirantes) nella lingua che meglio esprime la babele di emozioni e di idee senza capo né coda che le parole suscitano nel suo intimo.

Ebbene sì, questo volume non ha una trama né un filo logico, non racconta una storia e, vi assicuro, potrebbe essere stato scritto da una Alice nel Paese delle meraviglie un po’ cresciuta. Vuole essere un piccolo dizionario (ogni capitolo è dedicato a una lettera, rigorosamente in ordine alfabetico) che raccoglie parole vere o inventate, e tutto l’universo che racchiudono. Un universo a volte poetico, a volte divertente e forse un po’ bislacco, che un suono può evocare con la forza trascinante che solo la nostra fantasia può suggerire.

Quindi salite sul meraviglioso tappeto volante che Sylvie ha tessuto per noi e perdetevi in espressioni intraducibili come cachoreur, un dispositivo “indispensabile al buon umore”, come spiega l’autrice, che tutti vorremmo avere a portata di mano per“ cancellare automaticamente tutto ciò che risulta sgradevole alla vista”; o arbraculottes, l’indimenticabile albero che, forse nella sua infanzia, era bersaglio della contestazione infantile contro l’imposizione della scuola materna e nascondeva fino all’inverno la biancheria intima scagliata dai piccoli rivoltosi e coperta per mesi dalla rigogliosa chioma. Al grido di “Les feuilles sont mortes. Vive les sans-culottes!!”, i piccoli rivoluzionari verranno traditi con la bella stagione dalla caduta delle foglie. E poi ancora bagada, brasmallow, dé odorant, vououtu… piccoli capolavori linguistici che nascono da un ricordo, un’immagine, un luogo o una persona, e che entreranno nelle nostre anime per piantare minuscole radici che non ci faranno più dimenticare questa scrittrice dall’innato rispetto e ammirazione per le parole.

Copertina del libro Lost in translation, di E.F. Sanders

La stessa stupita ammirazione provata da Ella Frances Sanders nel suo Lost in translation (Marcos y Marcos), un piccolo volume da comodino questa volta tradotto in italiano (da Ilaria Piperno) che ci invita a gustare una selezione di parole intraducibili nelle varie lingue. Un libro tradotto sulle parole intraducibili: una sorta di nonsenso che acquista tutto il suo senso non appena iniziamo a sfogliarne le pagine. Per riprendere la frase iniziale, anche la Sanders ritiene che le parole siano grimaldelli, ma per lei lo sono le parole intraducibili, che “svelano di un popolo certi vizi e certe virtù”.

Ed ecco quindi che il sostantivo gallese hiraeth è profondamente diverso dal portoghese saudade, pur indicando entrambi una sorta di nostalgia; ecco che l’arabo ritiene così insostituibile il tempo trascorso la sera e scivolato poi nella notte, davanti al fuoco, a raccontare e ascoltare storie, da aver coniato il termine samar, mentre per il malese è fondamentale il pisan zapra, il tempo necessario per mangiare una banana. E cosa c’è di più giapponese del wabi-sabi, la bellezza dell’imperfezione, dell’eterno fluire delle cose? E più universale di quella sensazione dolceamara che prende quando ci si disinnamora, e che i russi rendono con il verbo razljubit? L’universalità nella particolarità: un concetto che l’autrice cerca di trasmettere anche con le sue simpatiche illustrazioni. Peccato che non siano presenti parole italiane. Voi quali avreste inserito?

Istruzioni per l’uso: non leggeteli tutti d’un fiato, ma assaporateli giorno dopo giorno, lemma dopo lemma, per gustare fino in fondo il piacere delle lingue.

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